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Disabili: sessualità negata o possibile?

Premessa necessaria: le persone con handicap fisico e/o psichico hanno una vita emotiva ricca come quella di qualunque essere umano. Non esistono persone e, dunque, emozioni e sentimenti, di serie A e serie B. Ogni disabile desidera, e talvolta riesce a costruire, una rete di relazioni complesse, che partono dalla famiglia e si allargano ad amici, compagni di studio, colleghi laddove ci sia la possibilità di lavorare, operatori di centri per disabili. E, spesso, anche persone di cui ci si innamora, persone per cui si prova un’attrazione sessuale. Fidanzati, compagni, partner, mariti e mogli.

Quest’ultimo è l’aspetto di un disabile che spaventa di più e che, per questo, viene negato: spinge infatti a fare i conti con la propria idea di sessualità ed emotività, con corpi e menti che rappresentano un’alterità difficile da gestire, e mettono a nudo le proprie fragilità. Più semplice pensare che i disabili non abbiano desideri relazionali e sessuali, che non si innamorino e non cerchino il contatto fisico ed emotivo con l’altro.

In anni recenti la questione della sessualità dei disabili sta lentamente venendo alla luce, complice anche la nascita di figure professionali come gli “assistenti sessuali” (o più correttamente, secondo la dicitura riportata dalla temeraria e innovativa associazione “Lovegiver”, “Operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità per persone con disabilità”), e la spinta per la discussione di proposte di legge che garantiscano una vita affettiva e sessuale ai disabili da parte di famiglie, operatori e terzo settore. Il diritto alla sessualità delle perone con disabilità è stato sancito inoltre dalla Dichiarazione dei Diritti Sessuali della World Association for Sexual Health (2014).

In linea generale ci si occupa della sessualità di persone con handicap esclusivamente quando rappresenta un problema, poiché appare disturbante, eccessiva, incontrollata e incontrollabile. Lo si fa con interventi repressivi più che espressivi, che tagliano inevitabilmente una parte importante della loro relazionalità ed affettività. Ciò è legato alla difficoltà di immaginare gesti e significati che i portatori di handicap attribuiscono alla sessualità, e dunque alla difficoltà nel condividerli e ripensarli insieme. C’è poi la questione della sessualità intesa esclusivamente come mezzo procreativo e non come fondamentale area del piacere: le persone con handicap non sono ritenute in grado di prendersi cura di eventuali figli e, dunque, anche per questo, non devono avere accesso al sesso, percepito da familiari ed operatori come potenzialmente pericoloso.

Gli individui con disabilità sono spesso considerati come esseri asessuati: l’espressione della loro identità sessuale risulta  interdetta in molte aree, specialmente quella relazionale e dei comportamenti sessuali (inclusa, talvolta, anche la masturbazione). Può accadere perciò che si strutturino comportamenti difensivi in risposta all’assenza di piacere e di  una piena identità sessuale: tra questi troviamo l’esibizionismo, spesso associato all’handicap nell’immaginario collettivo. Esso rientra negli atteggiamenti che, come accennato in precedenza, sono ritenuti difficili da gestire e controllare, ma esprime in realtà il bisogno di essere visto e riconosciuto nella propria identità sessuale e nella ricerca di relazione e piacere.

 

COSA FARE?

 

Famiglie ed operatori sono comprensibilmente spaventati da qualcosa di così intimo e complesso, associato anche all’idea di un rischio per glia altri. La soluzione possibile non è nell’insegnare al disabile cosa fare o non fare, in un clima di severità e terrore, ma responsabilizzarlo ed “adultizzarlo” considerandolo un essere umano con diritti e doveri, oltre che limiti.

La soluzione, dunque, sta nell’intervenire attraverso un’educazione alla sessualità ed all’emotività che sia rispettosa delle esigenze psicofisiche di ciascun individuo con disabilità, e sappia parlare con un linguaggio chiaro, che tenga conto anche dei codici extralinguistici di espressione del sesso e dell’amore. E’ bene ricordarsi che non tutte le persone con una disabilità psichica (si pensi, ad esempio, ad alcune sindromi di spettro autistico e ad alcune forme di psicosi) sono a proprio agio con l’intimità emotiva e fisica.

E’ utile, ad esempio, spiegare anche con l’aiuto di immagini semplici e chiare l’anatomia degli organi genitali, come bisogna fare per osservarli e conoscerli, come funzionano, come si usano quando ci si masturba e quando si fa l’amore, che cosa si prova in quelle occasioni, che cosa sono le mestruazioni, la gravidanza, come evitare gravidanze indesiderate e proteggersi dalle malattie sessualmente trasmissibili.

E’ fondamentale affrontare con chiarezza il delicato percorso di apprendimento della masturbazione, non sempre così immediato in quanto alcuni disabili non sono in grado di raggiungere l’orgasmo (per farmaci o lesioni al SNC) o di effettuare i corretti movimenti, mentre altri utilizzano modalità aggressive e dolorose. E’ possibile, ad esempio, suggerire i movimenti da effettuare, lavorare sulla base di feedback, collocare la masturbazione in spazi e tempi dedicati, rendendola non una scarica fisiologica, ma un’attività di espressione della sessualità ed incremento del benessere legato alla propria immagine corporea. Con organizzazione cognitiva compromessa, e in particolar modo con le donne, gravate da pressioni socioculturali riguardo la masturbazione, si possono incontrare ostacoli quali, per esempio, la difficoltà a lasciarsi andare alle sensazioni di piacere per paura di perdere il controllo su se stessi, l’interferenza dell’ansia, la paura di procurarsi dei danni, di essere sorpresi o  essere oggetto di un giudizio sociale negativo.

Fondamentale è anche affrontare il tema della relazionalità e del corteggiamento: è necessario stimolare abilità cognitive e relazionali che favoriscano la lettura delle intenzioni e dello stato emotivo dell’altro, la gestione dello spazio e dei messaggi extralinguistici, ad esempio attraverso giochi di ruolo.

 

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